giovedì 31 maggio 2012

In libreria dal 31 maggio il mio libro

Roma 40 d.C.Destino D'amore

LEGGERE EDITORE

DI SEGUITO UN BREVE ESTRATTO

LIVIA, SUL GIANICOLO PROMESSA AD UN UOMO CHE CREDE DI DESIDERARE... MA E' DAVVERO LUI CHE VUOLE?

Era una di quelle giornate pigre e torride che calavano così di frequente su Roma e sui colli circostanti, d’estate. L’unico sollievo era rilassarsi nella quiete dei giardini, all’ombra dei portici dei Fori o inoltrarsi nei boschi, sacri o meno, che circondavano la città.
Livia si fermò sotto l’ombra di una secolare quercia che cresceva rigogliosa nella fitta boscaglia sul Gianicolo e ringraziò la dea Furrina per quell’atmosfera incantata.
Rami imponenti sostenevano la spessa chioma dell’albero. Chissà se le ninfe che ne abitavano le fessure coperte di muschio, percepivano la sua presenza. Allargò le dita in una carezza e proprio allora la mano di Settimio coprì la sua, con un gesto affettuoso.
Lei non si oppose. Gli circondò il collo e le loro labbra si incontrarono. Quelle di lui cedevoli, delicate, gentili.
Il contrasto tra la dolcezza del bacio e la ruvidezza del tronco la costrinsero ad un calmo abbandono. Sollevò le mani sulle punte dei riccioli, sul collo. Morbidi ricci dorati.
Poi si udì un fruscio troppo vicino a loro e Livia riaprì gli occhi. Il volto truce di Publio Cassio Nepote li stava osservando, da dietro un cespuglio.
Livia si mosse a disagio e appoggiò il palmo delle mani sul petto di Settimio, scostando il capo di lato. Lui la scrutò interdetto, poi le cercò di nuovo le labbra.
«Ci sta guardando.» Gli sussurrò e il giovane fu obbligato a voltarsi.
Nepote uscì allo scoperto. Aveva capelli neri ondulati che gli coprivano parte della fronte, zigomi prominenti e labbra sottili. Mentre si avvicinava si aggiustò le pieghe della corta tunica, bordata d’argento e azzurro, senza staccare gli occhi da Livia.
«Sembra che durante la festa dei Furrinalia sia abitudine diffusa allontanarsi dai sentieri segnati.» Disse mellifluo piazzandosi davanti a loro, le braccia conserte sul petto.
«Come sei arrivato fin qui?» Settimio fece qualche passo nella sua direzione e Livia si sentì abbandonata. Notò che Nepote aveva ombre violacee sotto gli occhi e il volto, scavato e magro, rendeva la sua espressione imbronciata.
«Il rito di Cibele la Madre Terra, il principio di tutte le cose. Non ricordi?» Rispose questi senza scomporsi, rivolgendosi all’amico come se lei non esistesse. «Si sono già riuniti non lontano da qui. Potresti venire anche tu, invece di dilettarti con volgari effusioni nella boscaglia. Mi stanno aspettando.»
Come a confermare le parole di Nepote l’aria si riempì di una nenia lontana, di un tintinnio di strumenti metallici. Dietro di loro il bosco era più fitto, larghe lame di luce attraversavano le fronde toccando il suolo, dopo aver giocato tra le cime degli alberi.
Livia si guardò intorno e per la prima volta in quel pomeriggio, il selvaggio profumo della natura le riempì le narici d’improvviso, così come d’improvviso si sentì un’intrusa, tra quei due uomini. Sensazione già sperimentata un’ora prima, quando Settimio gli aveva presentato l’amico fraterno.
Dove aveva già visto il volto aggrondato di Nepote, a parte nell’arena delle Terme di Agrippa? Cercò di mantenere un’espressione neutra, sebbene fosse seccata dalla sua invadenza.
«Allora non facciamoli aspettare.» Replicò il suo promesso e tutti e tre si incamminarono infine nella direzione dei suoni.
Livia aveva sentito parlare dei rituali in onore della dea ma non vi aveva mai partecipato. Il suo culto si accompagnava con le celebrazioni in onore di Furrina ma Cibele era un’antichissima divinità orientale e si diceva, sanguinaria. Era un culto popolare, dei ceti più bassi, dei vicoli bui.
Li seguì docile, conscia di fare un dispetto a quel bellimbusto profumato che la stava occhieggiando risentito. Non gli avrebbe mai dato la soddisfazione di lasciarli da soli.
Un refolo di vento agitò le fronde. Costeggiarono il fitto sottobosco, un’accozzaglia intricata di foglie e ciuffi di felci. Ammaliata dal vigore della natura, Livia quasi dimenticò l’astio che l’aveva animata negli ultimi istanti.
Riconobbe il gorgoglio di un ruscello e il mormorio di una voce incantatrice.
Sbucarono in una radura. Al centro un masso grigio, piatto e tutto intorno, un gruppo di fedeli prosternati in atteggiamento adorante.
Mormoravano un canto ritmato dai sistri. Un fumo dolciastro si levava da due bracieri accesi ai lati del masso, su cui donne seminude gettavano offerte di incenso.
Livia rammentò ciò che le aveva raccontato Ancilla a proposito delle cruente cerimonie, dedicate alla dea. I suoi devoti si privavano della virilità, inebriati da droghe che annullavano ogni rimpianto e ragione. Il “giorno del sangue”, così chiamavano gli adepti l'Equinozio di primavera. Durante le invocazioni si flagellavano scorticando la pelle in un vortice estatico, spargendo il rosso succo della vita sul suolo, invocando la resurrezione dagli Inferi.
Ed ora che intendevano fare?
«Sono dei pazzi.» Bisbigliò a Settimio e si accorse di stringergli la mano in modo eccessivo.
Nepote superò gli inginocchiati e li abbandonò, ai margini della riunione. Alcuni dei fedeli gli si avvicinarono e lo liberarono della tunica. Proseguì nudo fino all’altare.
Livia si sentì il cuore in gola. Si costrinse a calmarsi, un respiro profondo, un altro. In quel momento le parve che i tronchi della cupa foresta si animassero, incombendo sull’angosciante celebrazione.
Vi fu un rumore secco, di rami spezzati. Qualcosa agitò i cespugli e sbucarono due uomini che reggevano una giovane donna, anch’essa nuda.
Una supplica le ribollì dentro, perché Livia aveva capito cosa significasse quel rito.
Smise di respirare, tirò il braccio a Settimio ma lui non si mosse anzi, la lasciò sola ad indietreggiare mentre lui avanzava, cullato dalla calda e umida aria estiva, dai vapori inebrianti e dall’immagine del suo amico salito sull’ara, in attesa della vittima.
Livia tentò di trovare una ragione che giustificasse quel comportamento mentre Nepote cominciava a masturbarsi, in ginocchio, la pelle bianca e liscia del corpo snello sotto i raggi bollenti del sole.
I canti e il fumo aumentarono con un ritmo che le entrò nelle ossa e Livia decise di appartarsi, il più lontano possibile. Teneva le braccia lungo i fianchi, le mani così chiuse che sentì le unghie conficcarsi nella pelle. Deglutì.
Non riusciva a distogliere gli occhi dall’altare su cui quel corpo si levava minaccioso, sopra la donna distesa. Le gambe snelle vennero scostate da due sacerdoti e Nepote si sistemò al centro, il membro eretto.
L’offerta vivente alla dea inarcava la schiena offrendosi a lui, seguendo la musica, le gambe a volte chiuse, a volte ferocemente spalancate.
Livia fece qualche altro passo. Il sesso poteva guardarlo ma dopo, se fosse venuto il sangue?
Cozzò contro un ostacolo.
Si girò sorpresa, bloccata dal corpo caldo di un uomo. Quando alzò il viso e lo vide in volto, fece per cacciare un urlo ma lui fu più veloce e le tappò la bocca, trascinandola senza respiro verso l’ombra fitta di alcuni cespugli.
«Numi immortali donna, taci.»
Stretta in una morsa poderosa, Livia trovò a stento l’aria da respirare. Fece per dimenarsi ma si immobilizzò. La frizione con quel corpo muscoloso era sconcertante.
L’uomo, con lo stesso tono accigliato ed urgente di prima, aggiunse:
«Non so perché tu sia qui, ma non ha importanza. Ora ti lascio andare, non ti farò del male.»
La voce era appena un sussurro. Marco Quinto Rufo rilassò i muscoli e scostò le braccia, lasciandola libera.
Livia saltò via dalla sua stretta e gli occhi di lui scintillarono divertiti. Si portò l’indice teso davanti alla bocca, poi le cinse il braccio sinistro con una mano, con una sola mano per tutte le Ninfe del bosco!, e se la portò davanti al corpo, rivolgendola di nuovo verso la radura.
«Non voglio guardare.» Sibilò Livia, facendo resistenza. I loro corpi si sfiorarono, quello alle sue spalle era saldo, grande e vigoroso.
«Non sei venuta per questo?»
Livia non osò negare, né giustificare la sua presenza. Non si spiegava neppure quella di lui, vestito con una tunica anonima che nascondeva il suo rango e la sua importanza.
La sua presa le bruciò la pelle. Stava per aprire bocca e protestare quando il rumore dei canti divenne frenetico, la melodia dei sistri soffocò i canti degli uccelli.
Adesso Nepote si teneva sollevato con entrambe le braccia e i muscoli dei glutei si tesero. Diede una spinta feroce. Vi fu un urlo. Poi cominciò a muoversi lento, il giovane corpo teso e vibrante, mentre la testa della sua vittima si rovesciava all’indietro, oltre il bordo del masso. La scena era rozza e sconvolgente ma Livia non poté distogliere lo sguardo.
Ad un colpo più forte, la ragazza sussultò emettendo un lungo lamento e Livia trasalì.
«Non puoi credere che io sia venuta qui per vedere questo. Lasciami andare, voglio andarmene.» Ora che la presenza di quell’uomo era stata catalogata dal suo cervello come un pericolo non mortale, Livia aveva riacquistato il buon senso.
«Ferma e zitta. Non sei curiosa di sapere come finisce?»
La voce era un ironico bisbiglio su di lei e Livia rispose con un basso grugnito ed un lieve strattone. Lui intensificò la stretta ma non le fece male.
«Rilassati, non la ucciderà, se è questo che temi.»
Rufo fissò la scena assorto, un muscolo gli guizzò sulla guancia mal rasata.
Livia era così consapevole di quella presenza, di quella mano su di lei, che ad un tratto sentì i peli drizzarsi in tutto il corpo, come colpita dalla sua energia animale.
Non le sembrò di essersi mossa. Forse aveva solo respirato più a fondo ma in quel momento, lui chinò il capo su di lei e la guardò dall’alto. Livia sentì fin dentro allo stomaco quell’occhiata torbida e impenetrabile.
In quell’atmosfera che grondava lussuria, sensualità e dissoluto erotismo, con quello sfondo ben udibile di ansiti, di musica e grida interrotte, i loro occhi restarono incatenati.
Entrambi sapevano ciò che stava accadendo a pochi passi da loro: i movimenti di Nepote si erano fatti frenetici, le gambe femminili si erano spalancate di più nell’accoglierlo e gli adepti erano in febbrile attesa del culmine, poiché l’amplesso sull’altare era collettivo, perpetrato e goduto da tutti.
«Cibele avrà il suo sacrificio, oggi.» Mormorò Rufo spezzando la tensione, la linea sensuale della bocca ritorta in un sorriso, mentre lei lo ricambiava coi suoi occhi verdi felini, spalancati.
Lui sollevò la mano sinistra sulla sua guancia, il pollice seguì il profilo dell’osso per poi incontrare lo spesso velluto delle sue labbra, appena dischiuse. Il dito scabroso ci giocò, strofinandole avanti e indietro. Quando si fermò all’angolo della bocca, Livia sentì il ventre attorcigliarsi in un nodo di brividi.
Quell’uomo era solido come una roccia, era un violento, un soldato. Eppure non riuscì a distogliere gli occhi dai suoi.
«Hanno il colore della foresta.» Commentò infine lui a voce più bassa, quasi parlando a se stesso.
La musica si scatenò d’improvviso, un boato che fece sussultare entrambi.
Livia guardò Rufo con collera repressa. Che cosa c’era di sbagliato in lei che vicina a quell’uomo si sentiva soffocare dalla paura, dal disgusto e da uno strano fastidio? Si scostò. Lui era fisicamente troppo imponente. Solo per baciargli l’incavo della gola abbronzata e muscolosa, si sarebbe dovuta alzare in punta di piedi. Quel pensiero la scioccò, portandola d’istinto ad indietreggiare. Non poteva permettergli di intuire ciò che sentiva.
«Livia!»
Il grido risuonò a pochi passi da loro.
Settimio.
Si liberò decisa dalla stretta spostandosi in avanti, attraverso le foglie in cui lei e Rufo si erano appartati.
Il giovane camminava nella loro direzione, voltando il capo da un lato e dall’altro. La sua sola presenza la confortò e la rese spavalda.
«Quello è il mio futuro marito.» Dichiarò trionfante, voltandosi con aria di sfida.
Non c’era più nessuno.











giovedì 17 maggio 2012


MARCO QUINTO RUFO STA ARRIVANDO!

Il  mio romanzo d'amore ambientato nell'Antica Roma 



Roma 40 D.c. Destino d'Amore

 






Marco Quinto Rufo è l’uomo più potente di Roma secondo solo all’imperatore, Livia Urgulanilla ha un passato da dimenticare. Lui è un uomo temprato dalla foresta germanica bello e forte che non conosce paura né limiti. Lei è un’aristocratica raffinata e altezzosa il cui destino è già scritto. Ma il dio Fato decide altrimenti e quando Rufo la porta via con sé non immagina lontanamente le conseguenze del suo gesto. Roma non è la Provincia dove tutto, incluso rapire una donna, è concesso. E anche se Caligola in persona decide di concedergliela, possederne il cuore
sarà la più ardua e temeraria delle sue imprese. E Livia saprà donare il cuore a un uomo spietato che non
esita davanti a nulla, se non a quello che sente per lei?

Il primo romanzo di una trilogia che vi porterà in uno dei periodi storici più affascinanti del nostro passato; una storia che vi catturerà fin dalle prime pagine e alla fine ne rimarrete conquistati.

In libreria dal 31 maggio.


http://www.leggereditore.it/blog.php?id=313


giovedì 3 maggio 2012


Roma Caput Mundi


Vedete l’uomo lassù, in cima all’altura? Osserva la striscia frastagliata e scura che si allunga sull’orizzonte, una foresta impenetrabile, dove uomini feroci e crudeli lo stanno aspettando. L’aria primaverile lo investe e gli porta l’odore dell’erba, gli sfiora le gambe nude protette dagli schinieri di metallo. I piedi sono ben piantati al suolo, racchiusi in sandali di cuoio con le suole chiodate, le calighe. Ogni giorno lo portano sempre più lontano da Roma. La tunica rossa sventola e gli accarezza le cosce muscolose. L’uomo dilata le narici, gonfia il petto in un respiro profondo e un guizzo gli illumina lo sguardo. Laggiù un movimento, lontano sull’orizzonte. Con un riflesso inconscio le sue dita serrano l’impugnatura del gladio, affilato come la morte. Il cingulum di cuoio e metallo tintinna sull’inguine ad ogni movimento, musica che il nemico ode nell’ultimo istante.  
Sorge il sole. I raggi bagnano d’oro le colline e la lorica muscolata di metallo risplende, modellata sul suo torso a proteggere i muscoli veri, la sua carne e il suo sangue dall’assalto delle armi nemiche.
«Tribuno, gli uomini sono pronti.»
Russel Crowe ne "Il Gladiatore" di Ridley Scott

Lui conosce quella voce, si volta. Le iridi grigie mettono a fuoco un centurione, l’elmo rosso pennato, la faccia dura segnata dalle battaglie. Gonfia il petto in un sospiro. E’ ora di andare. E’ ora di sangue e di conquista.
L’uomo che abbiamo visto sulla collina, gentili lettrici romantiche, è un alto ufficiale dell’esercito romano, un tribuno laticlavio, nome che gli deriva dalla larga fascia di porpora che orna la sua toga. E’ nobile, figlio di un senatore, con un patrimonio alle spalle di almeno un milione di sesterzi. Mica male, no? E se vi stupite che un rampollo di una famiglia di alto rango sia sbattuto in guerra ai confini dell’Impero, sappiate che a Roma si prestava servizio nell’esercito per far carriera politica e in ogni famiglia nobile c’era una tradizione militare, ben collaudata. Per ora il giovane tribuno è solo un ufficiale inferiore, sotto il comando del Legato, il grado che corrisponde oggi al ruolo di generale.
Chi di voi non ha ben chiara in testa una delle prime scene del film “Il Gladiatore” quando Russell Crowe, glorioso e sexy nel rude fascino romano, passa in rassegna la legione e i suoi uomini, sporchi e coraggiosi, lo salutano con rispetto: “Generale” “Generale” “Generale…”? Ebbene lui in realtà è un Legato e l’assistente che gli caracolla dietro con gli occhi un po’ sbarrati è il nostro tribuno laticlavio. Se Russell - Massimo Decimo Meridio fosse stato ucciso (ahimé NO!) durante l’assalto dei barbari, sarebbe toccato al nostro tribuno prendere il comando dell’intera legione.

Bene, ora voglio i vostri occhi fissi sul campo di battaglia, sui legionari schierati. Immaginateli forti, invincibili, irresistibili. Un branco di lupi che cala sul nemico con le fauci spalancate, i gladi ad altezza uomo e l’urlo che si ode prima della battaglia: “Per Roma!”
Equippaggiamento di un legionario
Altro che gli Highlander, lasciatemelo dire. Se uno di quei pur eroici guerrieri del nord avesse incontrato un legionario romano, nel I secolo dopo Cristo, avrebbe avuto una bella gatta da pelare. 
Il romano infatti ha gambe robuste e non solo quelle, credetemi. Con un peso di trenta chili sulle spalle, il classico equipaggiamento di ogni legionario composto di cibo, attrezzi e armi, questo nostro soldato percorre circa trenta miglia al giorno (un miglio romano= 1.480 metri, vi risparmio la fatica: circa quaranta chilometri al giorno). Una bella passeggiata, no?  
Non contento, il nostro legionario, giunto nel punto in cui gli ufficiali hanno deciso di accamparsi non si ferma anzi, è qui che comincia il suo vero lavoro. Ogni giorno di marcia infatti si conclude prima del tramonto con la costruzione di un castra, un accampamento provvisorio che serve a dare riparo alla legione durante la notte. Innumerevoli città d’Europa sono nate così Milano, Piacenza, Capua, Treviri, Londra, Parigi, Magonza, Manchester… non posso scriverle tutte, l’elenco è troppo lungo. A proposito, il suffisso “Chester” deriva proprio dalla parola latina “castrum”, quindi accampamento. Contate un po’ tutte le città inglesi che finiscono così, aggiungetene qualcun’altra e ditemi voi se i romani non erano come il prezzemolo…  

Bene, intorno al nostro castra si scava una trincea profonda due metri, un quadrato quasi perfetto, si tagliano alberi (i romani hanno raso al suolo le meravigliose foreste che dall’Età del Bronzo, 3500 a.C. – 1200 a.C., ricoprono l’Europa) e si ergono palizzate. Sono in tutto cinquemila, tale il numero di uomini una legione al completo. Più le truppe ausiliarie, di solito stranieri specializzati nell’uso di armi particolari come arcieri e frombolieri (tiratori di fionde, con proiettili di pietra) ed esperti cavalieri che affiancano i romani durante la battaglia, mille oppure cinquecento, a seconda dell’epoca. 
 
Clive Owen nel film King Arthur di Antoine Fuqua
Li vedete tutti all’opera? Sì, vero? Perché i romani non sono solo soldati ma ingegneri, fabbri, armaioli ognuno di loro ha un compito nella legione e lo svolge bene, la dea Disciplina li protegge, li osserva, li incita e il motto che tutti i soldati di Roma devono avere ben impresso nella testa e nel cuore è Frugalitas, Severitas et Fidelis. Un po’ come i nostri politici di oggi, vi pare? Frugalità, rigore e fedeltà. Ah ah ah! Seeee, magari!  
In ogni caso, anche gli Highlanders devono ringraziare i romani. Voi che amate i guerrieri scozzesi saprete che, con il termine Claymore, si identifica la spada di un Highlander. Ebbene esso deriva da claidheamh, parola di lingua gaelica che significa spada e, udite udite, esso prende origine dal termine latino gladius 

Claymore indica due tipi di spada in uso ai guerrieri nordici: claidheamh da lamh, ovvero spada a due mani, variante scozzese della spada a due mani tipica del tardo Medioevo, in uso tra XIV e XVII secolo e claidheamh mòr, grande spada, ovvero ancora una variante scozzese della spada con elsa a cesto in uso alle forze di fanteria nel XVII e XVIII secolo. Oggi la claymore con elsa a cesto è parte dell'alta uniforme del reggimento Highlanders della British Army. 
Il centurione, riconoscibile dal pennacchio di traverso sull'elmo, chiama
i legionari con il fischietto (Rome, HBO)
Legionario romano e Highlander, bello scontro non c’è che dire. Ma sfatiamo per sempre un altro mito, quello secondo cui i romani erano bassi. Lo storico Vegezio (metà del v sec.) riporta un passo in cui cita che l’altezza minima, per entrare nell’esercito, era m. 1,65 e qui siamo già nel tardo impero. Nelle tombe arcaiche dell'area osco-sannitica-latina, sono stati ritrovati scheletri di sesso maschile con un’altezza variabile tra 1,70 e 1,85 metri. Caligola, tanto per farvi un esempio, era alto un metro e novanta e aveva occhi verde-grigi, sguardo freddo e micidiale. Altro che omuncoli neri e pelosi. Del resto i romani hanno dominato il mondo, qualche ragione ci deve pur essere no? 
Nel combattimento a corpo a corpo poi la combinazione di gladio e scudo conferiva un grande vantaggio tattico al nostro legionario: lo scudo gli permetteva di rimanere protetto dalla maggior parte dei colpi inferti dagli avversari e di colpire a sua volta in maniera decisiva. Il gladio è una spada corta e larga e permette di sferrare colpi rapidi grazie al peso limitato. 


I legionari erano avversari imbattibili e ben preparati e quando una legione era schierata, che so, nella pianura del deserto egiziano, era uno spettacolo terrificante: una marea di uomini e scudi, un muro, una minaccia. E guai ai vigliacchi: chi veniva ritrovato con la schiena rivolta al nemico se ancora vivo, veniva infilzato e ucciso sul campo, dai suoi stessi ufficiali. 
Ogni legione per Roma rappresentava un prezioso patrimonio e la sua salvaguardia doveva essere ben tutelata. Questo spiega il motivo per cui lo stato romano preferì adottare per il comando di ciascuna legione un sistema piuttosto complesso, che si basava sulla presenza di un nucleo di ufficiali numeroso. Al Legato, in epoca imperiale, erano sottoposti alti ufficiali con funzioni che potremmo definire di stato maggiore.  
Oltre al legato, il comando della legione comprendeva sei tribuni e un praefectus castrorum, del quale faceva parte anche il centurione primipilo. Quest’ultimo era il solo militare di professione. I tribuni e il Legato dovevano essere immediatamente riconoscibili. Anche se non possiamo parlare di una vera a propria uniforme, poiché spesso indossavano capi ed equipaggiamenti di scelta personale, essi seguivano però canoni precisi: l’armatura (lorica) riproduceva l’anatomia del torso umano e poteva essere in metallo, cuoio bollito o lino indurito. Su di essa c’era esposto un lembo di tessuto con il classico nodo, che segnalava la condizione di comando. Solitamente non portavano l’elmo mentre era quasi d’obbligo l’uso dell’ampio mantello militare color porpora, allacciato sulla spalla destra.

Vi ricordo che S.P.Q.R. non vuol dire Sono Pazzi Questi Romani, come afferma il simpatico Obelix, ma Senatus Populusque Romanus, ovvero “Il Senato e il popolo romano". La frase indica che, alla base del potere della Repubblica romana, c’erano patrizi e plebei, fondamento dello Stato. Oggi è ancora citato sullo stemma della città di Roma mentre l’Aquila Imperiale, con le ali spiegate e il becco rivolto a destra era l'emblema dell'Impero Romano. L'aquila bicefala rappresentò invece i due imperi, Occidente ed Oriente.

Gaio Mario, lo zio di Cesare, usò per la prima volta l'aquila come insegna nella guerra contro i Cimbri e nel 103 a.C. la adottò come insegna di ciascuna delle legioni.  Da allora l'uso rimase e l'aquila fu in argento in età repubblicana e in oro o bronzo durante l'Impero. La perdita dell'aquila, il cui portatore era detto aquilifer, oggetto di vera e propria venerazione da parte dei soldati, poteva causare lo scioglimento dell'unità o il disonore dell’intera legione. L'Aquila fu sempre considerata, anche nei secoli successivi, come simbolo dell'impero e del potere di una nazione, della fedeltà ad esso.

Fu scelta da Carlo Magno per il Sacro Romano Impero, ripresa nel sec. XI dagli imperatori tedeschi che si ritenevano eredi di Roma. La useranno i Savoia nel loro stemma, le case imperiali d'Austria e di Russia, l'emblema nazionale italiano in opposizione ai gigli di Carlo d'Angiò ed Enrico VI volle uno scudo d'oro con l'aquila nera. L’aquila imperiale ad ali spiegate, col becco rivolto a sinistra, fu
adottata sullo stendardo del Regno Italico nel periodo 1805-1814, e fu insegna di Prussia, Polonia e Russia. Napoleone Bonaparte se ne impossessò e la Spagna la usò, con il becco rivolto a destra, come simbolo per tutto il settecento. Oggi l'aquila di mare con la testa bianca è l'emblema degli Stati Uniti d'America. 

I romani hanno attraversato l’Atlantico e dobbiamo esserne fiere.
Roma caput mundi regit orbis frena rotundi, ovvero Roma capitale del mondo regge le redini dell’orbe rotondo…
Valete! (saluto di commiato in uso a Roma)



Legionari di Roma in battaglia
Immagini tratte da Centurion, King Arthur, the Gladiator, Rome (HBO)


Per le più curiose il Foro Romano oggi e in una suggestiva ricostruzione in 3D
di Archeo Libri (http://www.archeolibri.com/)

ENJOI!!!

giovedì 19 aprile 2012

La Trilogia di Mike Summers - Scatole Cinesi - Labirinto - Gambler di Monica Lombardi - Domino Edizioni

La mia recensione dei tre libri Rosa crime di una scrittrice tutta italiana. Le indagini di  un detective di Atlanta che vi mancherà appena chiusa l’ultima pagina. I suoi casi sono già tre ma per chi ha letto e seguito le sue indagini, non bastano mai. Per fortuna, il quarto libro è già in preparazione…
Skyline di Atlanta al tramonto
Non siete mai state ad Atlanta? Non fa niente, Monica Lombardi vi ci condurrà e vi sembrerà di conoscere la città da sempre, di aver vissuto in quelle strade ampie, nei quartieri residenziali, nei motel, nelle villette dove si consumano efferati delitti. Non avete mai indagato su un caso di omicidio? Niente paura, vi ritroverete nel distretto di polizia e vi sembrerà di conoscerlo come le vostre tasche. Nessuno vi ha ancora presentato Mike Summers? Allora lo faccio io. Sappiate solo che, come dice sua sorella Maggie: “è troppo bello per fare il poliziotto”.

Maggie ha ragione. Ma il fascino del protagonista di questa trilogia di Romantic Suspense tutta italiana (e finalmente, dico io) non è legato solo ai suoi occhi verdi o ai capelli corti, sempre un po’ arruffati, o a quel fisico atletico che ti si stampa in testa mentre lo immagini chino, coi guanti di lattice, sull’ultima vittima di un omicidio. Mike è un uomo vero, reale che pensa e ragiona e indaga come un vero poliziotto e lo è fin nelle ossa, sotto la pelle. Come facciamo a non seguirlo, un po’ innamorate un po’ detective, in quelle sue indagini complesse che si risolvono solo nelle ultime pagine, divorate con la curiosità e la voglia di scoprire finalmente il colpevole?
Monica ci accompagna insieme al Tenente Mike Summers in tre appassionanti casi, in tre appassionanti libri che non possono mancare alla lista dei rarissimi, quasi inesistenti, libri pubblicati nel sottovalutato genere del Romantic Suspense italiano.

Il primo libro o se vogliamo il primo caso, Scatole Cinesi (ed.Domino), è ambientato proprio ad Atlanta, dove vive e lavora, alla Squadra Omicidi, il tenente Mike Summers. Fin dalle prime righe siamo coinvolti nell’indagine e ci buttiamo a capofitto insieme a lui, insieme a quest’uomo dal passato complicato, di cui sentiamo l’eco lontana, un passato che lo ha ferito e cambiato profondamente. Un caso di omicidio, una donna bella e sola morta nella vasca da bagno. La sua storia si snoda tra le pagine e lì ci incolla, senza possibilità di potervi sfuggire.
Il caso diventa a poco a poco parte di noi, che agiamo e pensiamo le stesse cose che pensa Mike, arriviamo alle sue stesse conclusioni. Perché lui vive in quelle pagine come se fosse seduto sulla poltrona accanto a noi e ci stesse raccontando i suoi ultimi casi di omicidio.

Quando Julia Dunhill, la sorella della vittima, buca quelle stesse pagine con i suoi occhi blu e la sua forza d’animo, ci piacerà d’istinto, di pelle questa donna distrutta da una perdita straziante ma forte, che sa quello che vuole e che è una vera esperta di informatica. La trama si snoda in una città da telefilm americano anni novanta, i migliori di tutti i tempi, l’assassino è spietato, crudele e sorprendente e Mike e Julia diventano i protagonisti di una realtà in cui si muovono personaggi memorabili e secondari solo di nome, non di fatto. L’intreccio è intrigante, il linguaggio chiaro, deciso, la trama non lascia spiragli e la storia d'amore, eh sì, c’è anche quella come se non bastasse tutto il resto, è un crescendo di tenerezza e comprensione. Bello e intrigante Mike quando è poliziotto, tenero e sexy quando è un uomo innamorato. La vita sceglie strane vie per l’amore, la complicità, la comprensione e tu Julia, sei una donna fortunata.
Per fortuna Monica Lombardi non mi ha lasciato a bocca asciutta e ha scritto Labirinto(ed.Domino), una nuova indagine del Tenente Summers e questa volta la sfida è pericolosa, qualcuno ha deciso di rinvangare il passato del nostro detective con un omicidio efferato, che si ripete in fotogrammi impressionanti e sconvolge la sua vita.
Atlanta è eccitante, pericolosa e l’assassino qui è raffinato.
Ritroviamo Julia, ora compagna di Mike e consulente informatica del Dipartimento di Polizia di Atlanta, la loro storia d’amore, gli stessi personaggi che sono ormai nostri colleghi: il sergente McCullough, Vicky Gomez, il capo della Homicide Unit, Harry Stanton e altri uomini e donne che sono tutti protagonisti nel momento in cui la nostra Monica Lombardi gli da’ voce.
Ma chi è la donna bionda che appare in una foto nelle mani di Julia, mentre rovista in un cassetto a casa di Mike? Un passato doloroso, un passato che non si dimentica.
Chi vuole farlo soffrire, chi vuole portarlo sull’orlo dell’abisso, il nostro Mike, il nostro poliziotto? Non ve lo dico, dovete scoprire da sole perché un uomo come lui rischia di perdere tutto, mentre si muove in un labirinto informatico, tra amicizie virtuali e assassini vivi e vegeti. Come farà Mike a svolgere la matassa di quel filo che lo guida nel labirinto di tracce e verità a lungo trascurate?
Mike e la sua psicologa, Mike e il suo passato, Mike e Julia a cui, su un letto di ospedale quando ormai tutto sembra risolto, lui ha il coraggio di rinunciare. Coraggio o vigliaccheria? Vero uomo o vero poliziotto? Le lacrime degli occhi blu sono le mie. Mannaggia mi sono innamorata, irrimediabilmente. Come faccio a guarire?

Ovvio. Il terzo libro è la sola, unica cura: Gambler (ed. Spinnaker), è autentica suspense, un gioco d’azzardo, è un assassino scaltro che vuole vincere su tutti, persino sui poliziotti provenienti da tutti gli States riuniti per un convengo nel tempio del gioco, Las Vegas. La città degli estremi, delle contraddizioni, del caldo soffocante, di finte statue della Libertà, di strade assolate di giorno e affollate, di notte, da avventurieri, puttane ed assassini.
Gambler butta in tavola le carte in un crescendo da vero thriller americano: poliziotti uccisi, camere d’albergo come cattedrali di morte, l’FBI che arriva con gli agenti dagli occhiali scuri, dai doppiopetti anonimi e indaga, indaga insieme a Mike su delitti inspiegabili, che mettono paura solo a raccontarli. Ritroviamo Julia e Mike di nuovo insieme perché all’amore, come al suo lavoro, questo poliziotto non sa rinunciare e meno male che non ci delude.
A Las Vegas si chiariranno molte cose tra loro, mentre si moltiplicheranno le domande a cui l’assassino, per ora, non sembra voler dare risposta. L’autrice svela sul tavolo verde dell’azzardo nuovi, indimenticabili personaggi: Alex Newman il miglior poliziotto di Las Vegas, fascinoso bruno dagli occhi scuri, l’agente dell’FBI Paula Wellman vittima designata di questa partita di poker con la morte, Billy Dexter, la giornalista che non è quello che sembra. Siamo costrette a entrare e uscire da hotel di lusso, pacchiani e ridicoli, dalla Valle della Morte, da quel deserto bruciante dove qualcuno rischia di perdere la vita, qualcuno che conta, qualcuno che abbiamo imparato ad amare.
Mike, se mi baciassi adesso, non riuscirei mai a respingerti… ma chi lo ha detto? Io o Julia? Caspita, ragazze! Qui ci aspetta una partita senza requie contro tutto e tutti e in attesa di Scacco Matto, il quarto della serie, non posso dirvi altro.
Indagate voi.

  
L'AUTRICE
MONICA LOMBARDI è nata a Novara da padre toscano e mamma istriana.
Diplomata alla Civica Scuola Superiore per Interpreti e Traduttori di Milano e laureata in Lingue e Letterature Straniere Moderne all’Università Statale di Milano, è interprete e traduttrice free-lance.Sposata, madre di due figli, vive da quasi trent’anni a Cornaredo, in provincia di Milano, dove si divide tra il lavoro, il suo ruolo di mamma e la sua passione per la scrittura.
Gambler, pubblicato nel 2011 da Spinnaker, è il terzo volume di una trilogia dedicata al tenente Mike Summers della Homicide Unit di Atlanta. I primi due volumi, Scatole Cinesi e Labirinto, sono usciti nel 2008 e nel 2009. SITO : http://www.monicalombardi.it/index.asp



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Ecco il trailer di Scatole Cinesi: